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Ballate dell'odio e del disonore
Edizione Manni, 2002

Marta Fabiani, copertina del libro "Ballate dell'odio e del disonore".

Slanci
Slanci sorretti da un pensiero crudo e chiaro, ansioso di poter 'chiamare' disonore, odio, ciò che amaramente respiriamo. Ballate e non forme più concentrate, senza tuttavia che concentrazione e bellezza manchino. È il neolibro di Marta Fabiani, una grande prova che mina, non rinunciandovi però, le costruzioni e le distruzioni del passato, ora divenuto giustamente presente e magari futuro, qui nella poesia dove i tre tempi canonici ballano, e severamente e scherzosamente.

Un indice di memorabili versi o salienti si può certamente stendere ma scalfirebbe l'inquietudine maggiore del libro, quella che intende disporsi per lasse, strappando al narrare certe prerogative: meglio fuoriescano da sé, nel sillabare o udire cavo del lettore, brillanti come un gesto amoroso o voci attese. È che dettagli e sostanza di un vissuto composto di più vissuti s'arroventano a contatto e contagio di un'immaginazione radicalmente violenta, impaurita mai.

Altra filiera di acquisizioni scende da un'irriducibile libertà ben contemporanea perché incorporata senza riserve, che può di volta in volta agglomerare nidi di senso e suono, timbri trasformati dal dovuto, coercizioni disossate e vagabondanti in una sarabanda tagliata per 'noncuranti' sprazzi e microstorie intensificate: il tesoro, insomma, del romanzo, del racconto issati nel verso.

E, ultima approssimazione, un linguaggio ansiosamente sostenuto da passioni, vergogne, moti condivisibili che puramente un sotterraneo desiderio di comunicazione malgrado tutto sorregge.

(Giancarlo Majorino)

Ballata di Enrico Mattei

Gettate tutto in mare
e buttate la chiave. Codardi!
La misericordia imbratterà di sale
le vostre spalle, quando il mare
si allontanerà di quattro passi.'
Non ricordate, a Maggio,
quanto era dolce risalire il fiume,
fino a Caviaga: le parole di Mattei
giungevano, telegrafate,. dall' abisso,
sgorgavano paterne e minacciose
dai neri fiotti dalle grasse code
della bestia rovesciata che annaspava
per esser sciolta dalle vostre opere,
zampillavano del sugo
di sette fiale di una bile industriosa,
per inondare la vostra povera fede
di menti abbrustolite da battaglie
di grano saraceno: Italiani!
Siete ricchi! Il Diavolo e qui sotto!
E di rimando: Bisogna lavorare!
Aiutari, che quello ti aiuta dal di sotto!
E voi a trivellare: e le donne a smistare
le voci umane nell'etere
di la dal mare abissale,
sottintendendo condutture cosmiche: Qui Cairo: Passatemi Caviaga! Gettare la mia bocca
e i miei denti direttamente
nella fornace centrale perchè si fondano
nella preghiera coalizzata delle nostre urbane prossime necessita!
In seguito arrivava affettata quella voce
dal piccolo cairo al minuscolo reno
gia inquinata da mondane favelle, ingrippata
alla cloche della madama che aveva posto
iI suo piccolo tacco a disturbare
quelle emissioni, e dava ordini per te, metallici. Nelle scuole, scattavano all'attenti
gli scolari, in gigantesche ole diagonali
all'ltalia diagonale al mare,
scalciando i banchi, povero legname
per povere scintille: 'Saremo quelli
che non siamo mai stati: noi stessi!'
Il tuo sorriso di mentore
aleggiava dall'alto, gia statico. Guardali, Mattei!
Erano facce buone, da te forgiate
Direttamente da Pompei, ancora
Calde di lava e di buone volontà! Ricordi come danzavano in sfrenati
balli sull'aja? non gia quelli disonorevoli,
dimenticati: questi erano
balli sull' alba dell' aja,
con fracasso, fino a Rotterdam,
con l'ingegnere avvinto al suo operaio
nella trance giudiziosa che li guidava sotto
mentre ovunque il drago
lanciava fiamme, e l'ltalia avanzava
il suo piccolo capo triangolare di serpe
tenendo testa al mare, quando eravamo re!
Non piacque alla madama. Seduta accanto, ti sbocconcellava parole in bianco e nero, diserbanti,
per le quali tutto il tossico amianto non bastava a eternizzare l'attimo.
'E’ il vostro comandante che vi parla:
ha lasciato Catania!' E dalle cupole
si levano ossequiose mille coppole
a salutare. Poi tutto quanto
il Paese, dall'alto, scorrevole all'insù
sotto i tuoi occhi faustiani: ecco il surplus
del negro fluido tracimare dal fiume monosillabo: ecco la vacuità della pianura,
la sua gente efficiente, automatica. 'Comandante! Avanziamo sopra un oscuro
porto di nebbie, dove vedo fiamme
sulla triste, papale, contadina
città di Lapalisse: il drago
ci ha seguiti qui sotto! Comandante:
esplodiamo! Moriamo su Pavia!

Ballata di Enrico Lui

Egli ha creato l'Uomo dall'argilla
ed i Ginn dalla fiamma purissima

Enrico, piccola stella
se sapessi
quanto mi incanta ora
il tuo parlare pornografico.
Nelle grottesche che tracciavi con la mano
guardando in alto, il tuo soffitto di buchi
vedevo spade, bocche di corallo,
regine di quadri infuriate, macchie
di calcina polverosa sulle tue
maglie sudate, orco degli abissi
dei marines avventati, di
verginelle compiaciute, di
tutta la tua corte-zattera.
Quando moristi la mia scialuppa
prese finalmente il largo,
se pure a strappi, senza condono
il vento spirò dalla tua bocca
di orciuolo buono, illuminando i tratti
della mia ascesa tra i flutti bianchi.
Tu verso quali coralli discendesti,
per quale rabbrividente corrente
dei trasporti anonimi verso
la sorgente dei tuoi fauni
a scala di uno e mezzo, le mani
protese in avanti.
Giulio Romano ti placava, il tuo palazzo,
il Principe a cui tributare il Tè
nelle sere di vino rosso e chiacchiere:
grande, dicevi, tanto da portarsi a spasso
la tua mansarda scivolata in basso
al piano terra. Fine da bohémien.
Il sorpasso avvenne quando
ti vidi, mondo di te stesso,
rasato, meno grasso, dubbioso
che fosse un bene:
continuasti a sentire quei rumori
prima tra crepa e crepa, poi di sotto,
come se un fante di cuori rovesciato
t'inginocchiasse, tirandoti l'orecchio
fino a strusciare il pavimento
con l'esiguo pizzico di barba,
con il furore della talpa
che scava il suo cammino tra due idee
grezze progettate malamente:
infine il rumore divenne assordante
la ferrovia a orchestra completa
era il passante diretto da un capo all'altro
della buccina del tuo atelier-tempio.
La indicasti, perplesso, scoraggiato, divagante mentre
ti si affollavano intorno i paesi, i campi visitati,
tutti a te riportati nel soqquadro.
Facce note dal tempo dell'infanzia
dell'artista si chinavano su te,
per salvarti dal frastuono
su cui avevano viaggiato per raggiungerti.
Gianni rimase, unico vero
alter-ego al tuo giorno, solo,
a lottare con centomila demoni
venuti a gracidarti al capezzale
tra i benintenzionati. Non ce la fece.
L'ospedale
si chiamò Sacco, una brutta nemesi.

***

Ecco la buona novella, donna:
sarai contaminata.
Chi ripara per te ora alla macchia
di avere generato: con preghiere e digiuno?
La piccola meteora
ti piovve addosso e un sasso
ti tirerà nel fondo; prega.
Preghiamo tutti per te donna
ancora
mentre scende la neve silenziosa
ti è accanto il gatto
dai baffi insanguinati.
Piccolo dio, gli riesce
di fare banchetto del presente.
Tu giocasti col topo, la bambina
che ti era affidata, e quanto
quanto fu lunga l'agonia di entrambe.

***

V'è rimedio alla vita? Quando
la brocca fu versata
laggiù ne confluirono i pensieri.
Lesta, la morte s'infilò la maschera
dei giorni brevi.
Il suo mandato finiva con la spola
della parola sfatta e ricucita
ogni notte, a ritroso, sulla trama
di un volta e fuggi: finché non ne rimase
un bordo rosa come sul sudario.
La morte lo passò senza toccarlo
senza quasi vederlo: ma sbiancò.

***

Se ricordi tutto,
tutto, tutto,
fino allo scarabeo dorato
non morirai.
Per questo scendo
nei sotterranei di carbone
dove accanto a una stufa,
sul pavimento, una bambina,
vergognosa, volge la testa
stupita allo spiraglio.
Io sono stata.
Ma non volevo disturbare.
Non volevo disturbare la quiete
con la pietà della giustizia. 'Allora
perché ci strazi?
Lasciaci passeggiare
lungo i fossati tristi
come trincee, strette
alla gonna a fiori a campanella
della nostra madre-sorella tramontata
quando venne l'inverno dello spirito,
e dei professori. Abbandonaci qui,
alla fabbrica di cucito
dove ci fanno una vestina di flanella
per incontrare a monte, in altre valli
coloro che per te esistettero
solo nelle carte, quegli occhi fieri, quegli
imperiosi baffi. Non vedi quanto male
hanno già fatto i tuoi ricordi, spinti
avanti a te come cavalli
per la tua conquista?'
‘Ma io -dissi- non vivo senza quelli'
‘Allora per risparmiare il tuo sudario
ci strappi questi veli di percalle' - la passeggiata
svagata domenicale di una nonna bionda
con unghie rosa e una scarpetta intonsa,
a mezz'aria, incerta. Per la pioggia.
Rientrarono tutti, in ordine
anagrafico decrescente.
Fatta eccezion del nonno,
che s'infilò per ultimo
nella custodia-involucro
del suo violino, una bara
foderata di viola, di velluto,
da dove rispuntava un naso verde
e quel rivolo di sangue
all'ossidiana della tempia
spaccatagli da un folle
che giudicò il codice stradale
far fede sul passante, e lo scalzò
dal suo rimuginare
con la violenza di uno scoppio
che a distanza di un anno
catapultò me stessa
sotto una motoretta come strascico
della deflagrazione. In quel momento
volsi gli occhi in quelli
disperati dell'angelo-centauro
e lo pregai di ricordarmi tutto.

***

Ballata del mostro

Quando si porta
un fatto come questo all'attenzione
non si può retrocedere, timbrare il fiacco
cartello della droga di quel giorno.
È una bambina: vive nel ricordo
di una pozza di sangue, si concesse
a centomila bruti perché l'aiutassero
a ritrovare quel manico di daga
che le bloccò la gola, il manigoldo
che strangolandola la fece tutta d'oro.
Aiutatemi: perché è giunta l'ora
che si trapassi a quel piccolo focolare
di cui la snella, piumata fiamma ancora trasale.
Ci fu un agguato: il cerchio ora si occlude
ad anelli di gola di mastino, come un aspiratore
che risucchia le prove dell'inganno-
Le fecero intendere che c'era il padre
In cima a quel bordello, la barricata
dei cadaveri degli orchi su cui lei
trapestava gridando, mentre la sera
sbucava da ogni angolo assediandola
come una gang. Ma lei andò avanti.
Il sole discendeva, si affilava a una lama, sferrando
l'ultimo emissario, un pitocco, e poi le cortine
del buio, drappi scoloriti, che
squarciati cedevano il passo
alla neutralità dell'inferno.
Lei questo lo vide - mentre alcuni
ceffi residui, Polonio tra questi,
la guatavano dai cadenti drappi.
Ora, seguite i passi: non vedete
come bruscamente si estinguono?
Non capite in quali forme fu molata?
La statua dell'inganno? Seguite? Qui ci sono
i suoi panni stesi a dondolare, abitava là -
A due dita, sotto il capanno dei giochi. - Nessuno,
nessuno parlò. Gli occhi fuggirono avanti - Quanti,
dite, quanti diseredati finirono per sempre
i loro giorni qui sotto, non reclamati?
Io vi ci ho trascinati sui ginocchi.
Questa è la vanga, il badile,
la scodellina della torta di terra
dei suoi giochi. -Io sono stata-
Io vi ci ho condotti- Fate
di me quello che è giusto.