|
|
Di Marta Fabiani sul numero
2 di Concertino sono già uscite poesie presentate
da Mario Lunetta.
Proponendone un altro gruppo (che ha l'aria di fare parte di un canzoniere
amoroso) intendiamo anche rendere esplicita una nostra "scommessa"
su questa poetessa. Tra le funzioni di una rivista culturale c'è
senza dubbio quella di rendere testimonianza.
Sciocco, tu non mi vedi mentre sono
sempre di più l'idea che ti martella
e senza mezze frasi sono bella
erogata da un pugno che, faustiano,
non trova la sua mazza: traditore,
il letto senti scricchiola, non cede
di buon olivo è fatto e ci han danzato
per me per te gli spiriti del mondo
inutilmente enciclopedico: la Storia
riprende illustri pagine per niente
se non ti torce un ricciolo d'amante.
Oh chi disprezza recita amor mio
e recitando compra a sé un mantello
di feltro, buono per un'ombra
che poi cresce e ne solleva il bordo
sul ferreo nulla, che come ogni nulla
con stridulo clangore a sé reclama
un'esistenza; così cede il mantello
se mai fosse bastante, a un forestiero
e ne impegna due spiccioli, se anche quello
non basta: e fuggendo, spiccato, si dilegua
sbalzato al suo corriere che rintrona
in posa da giannizzero: io sono
perciò quel recitante, sull'attenti
che t'intrattiene il vizio, e porge
me stessa suggellata in un incanto
mentre sbrecciata, uccisa, la sua copia
fa di vendetta una sontuosa gloria
di viole e di ranuncoli: così
età e follia non possono attirarmi
poiché all'una e dall'altra posta a fronte
tra le due rive, bagnante rimirata
non accostarmi devo e quindi ammettere
che fosti saggio salvandomi la recita.
Come qualcuno
s'imbatté
in 'non c'è vita'
io dico 'non c'è foglio'
per sollevare me da questo cerchio
infinito che mi vede combattere
contro la verità fuggente e il tuo destino,
e mi assento per questo dallo sforzo
a cui il tenace amore mi propelle
allungando le membra
e socchiudendo gli occhi - quegli stessi
da te amati, riflussi, rifuggiti,
in posa da intervallo, ma tradendo
col picchiettar del piede l'altrui mossa,
l'Orco Destino, con lo sguardo fisso
che pretende svagarsi sulle reti
di una stanza che è stata postulata
terribile momento
solo per farmi dissennare a scrivere
e ritracciare i nostri due diagrammi
a chi n'è ancora disuso:
io per te, che faccio copia
e indico la specie
derelitta più oltre con un'X;
e tu che per assurdo stai seduto
monitorando i fogli
che ora escono
più sottili e più roridi
ma sempre
la virtù del teorema
inconfutando.
A che mi serve
a che sarà servito
essere Marta più che ogni marta
lo sia stata nel tempo, se la scocca
del mio arco riporta le vocali
ad una ad una, uguali, nel carniere
come il pozzo che sale e poi riscende?
A che mi serve, a che sarà servito
essere pronunciata dal tuo vecchio
senno labiale in ripetuta mossa
soddisfatta da arciprete?
Non più di quanto sia servito allora
martellare il mio nome che sopporta
l'incandescente battito: qui e ora
mi è dato di morire se lo voglio
poiché il vile intercedere ha cantato
la ritirata scalza al mio tamburo
e l'unico impetrare è che s'arresti
questo scandire l'onta della supplica.
A quella dolce montagna insormontabile,
Morte, mi consegnai, facendomi staffetta
affannata e imprudente, per timore
che mi prendesse
frantumando gli orpelli così cari,
irreparando i suoni usciti
da tristi bocche e ninnananne,
e come chi cammina
davanti il suo indovino, o tira
calci rabbiosi in un campetto vuoto
pulendosi le mani dallo sporco
di fango immaginato, io così
tornata devo bere alla fonte del distacco:
e riprendere il fiato,
svellere me dalla tua cara bocca
e piangere una guancia così tenera
il cui solo sentire
eterna insieme
l'anelito, la pena e il duro scacco
di avere te, così compenetrato
all'esilio del tempo, e del mio spazio.
|