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Poesie di Marta Fabiani
Tratto da "Concertino". Poesie poi pubblicate nel libro Le nanerane
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Due fatti, in una poesia tutta fattuale, colpivano nel perentorio esordio
di Marta Fabiani in Maratona (Cooperativa Scrittori, 1977): la verve "canagliesca"
e antilirica che sembrava impegnarsi con acre divertimento a sputtanare
molte certezze del poetico (e del poetese) più catartico, e la
libertà per così dire sarcastica del gioco metrico. Che
si snodava in un disegno (anche spaziale naturalmente) di furiosa nonchalance
e di lucida impertinenza, nella giusta convinzione che la comunicazione
poetica goda di diritti illimitati, e si possa dire tutto, plurilinguisticamente,
giocando le sue eventuali reticenze sul significante mai sul significato.
Una lingua, perciò, ispida, sporca, fortemente impura e mescidata,
e insieme raffinatissima. Una gestualità implacabilmente straniata,
remota comunque dalla noiosissima pratica del precotto poetico, che tanta
voga aveva già in quegli anni, e nei sordidi Ottanta è ridicolmente
divenuta koiné neoarcadica perfino impudica.
Lo sberleffo e lo strazio duro dei sentimenti, e "tutto il potere
al linguaggio", insomma: questa la doppia parola d'ordine di quel
bellissimo esordio. In Poesia degli anni Settanta Antonio Porta ne registrava
con esattezza il senso e la strategia, osservando che "quello che
colpisce in Marta Fabiani non è certo un uso strumentale della
letteratura ma la trasformazione della letteratura in un medium tra l'essere
donna e il mondo, dove il medium diventa l'essere stesso (nel senso usato
da Benjamin nel suo saggio sul linguaggio, quando svela l'"essere
linguistico delle cose)".
C'era, in quel libro, la suggestione della Plath, con la quale la Fabiani
trafficava con consapevole filologia; e c'era (anche) il suo uso - molto
personale, molto italiano. Ne veniva fuori una miscela meno disperata
e più solforica, meno desertica e più "truce":
dove non esisteva il minimo spazio per la mistica della Poesia in quanto
religio e in quanto salvezza, ma semmai la saturnina presenza di un ludus
rissoso carico di ybris autopunitiva e di ironia dark: che è, mi
pare, una delle strade non secondarie del moderno.
Otto anni dopo appariva il secondo libro della Fabiani, più "assennato"
e meno "preoccupante" di Maratona fin dal titolo (Poesie, San
Marco dei Giustiniani). Nella prefazione, Maurizio Cucchi deprimeva la
prima brillantissima prova di Marta ("Il troppo detto, e il carattere
un po' disordinato della versificazione mi inducevano a qualche dubbio")per
sottolineare della successiva certi elementi "di svolta" (magari,
di ripiegamento) che a chi scrive paiono sintomi di cedimento a un clima
diffuso, di intimismo (magari "perfido") e di soggettivismo
(magari stravolto, ma non denegato fino in fondo): "Il libro risulta
quindi sempre accattivante come una voce ambiguamente amica, e sa qua
e là, senza parere, senza forzatura alcuna, chiamare in causa il
lettore nel suo intimo, scuoterlo, insomma". L'esperienza "espressionistica"
e sperimentale di Maratona sembrava in qualche modo abbandonata in favore
di una visione più distesa, fra il contemplativo e il favoloso,
della propria Erlebnis, da cui peraltro non risultava smentito un persistente
brivido di raccapriccio e di angoscia, spesso affiorante da sotto la lastra
levigata del dettato.
Adesso, in questo mannello di testi che sono un excerptum dall'ancora
inedita raccolta Le nanerane, l'inclinazione meno rassicurante della torva
vocalità della Fabiani pare prendere nettamente quota, e sistemarsi
perigliosamente all'interno di un canto soffocato, di una sliricata smemoratezza
di sé. Le "nanerane", che già facevano una loro
protoapparizione non poco misteriosa in Maratona, sono definite dall'autrice
"raccapriccianti revenants" e comunque insopprimibili "muse
ispiratrici e inquietanti", e hanno ambigua funzione di spiritelli
o di angeli.
Si sa quanto la poesia e l'arte del Novecento siano state intrigate dalla
figura dell'Angelo, da Rilke ad Alberti, da Klee a Benjamin a Buñuel,
e ancora, ancora. A differenza del nobile angelo storirico-mitico di Klee
e di Benjamin, di quello feroce di Rilke, di quelli giocosi di Alberti,
di quelli buñueliani, infine, votati allo sterminio, le creature
della Fabiani (per metà rane, per metà nane) sono revenants
sinistri che si insinuano nei crepacci della psiche e nelle macerie mnestiche
quasi con subdole scariche devastanti, che aggiungono oscurità
a oscurità.
La questione è che (fortunatamente) il demone di Marta non è
facilmente esorcizzabile, e le nanerane hanno al massimo il potere di
elevarne l'intensità magnetica e il delirio precipitoso. Un delirio
che nasce dal buco nero dell'inesistenza di un centro, forse irrimediabilmente
perduto, e dalla coscienza, assoluta e assolutamente infelice, della caduta
di qualsiasi ubi consistam, oggi e qui, nella condizione che è
quella della catastrofe e del caos. Niente in tutto ciò di apparentabile
all'estetismo postmoderno: il confronto con l'infelicità si realizza
in questa scrittura senza ombra di autocompiacimento o di autocelebrazione
negativa. La sua, direi, è un'amara compostezza stoica, da stoico
che peraltro non si chiude nella sua sublime austerità, e non disdegna
l'ebbrezza delle sorprese.
Ecco allora, date certe premesse, come non appaia in questi testi neppure
tanto sorprendente un recupero "critico" della sintassi paratattica
montaliana, e un sentore (violentemente stravolto) di aura pascoliana.
Il tutto, dentro un delirio accentuato di perdizione e di instabilità,
di disordine e di buio, regolato con estrema sicurezza da una griglia
metrica in cui l'endecasillabo (in modi ben più variati e inventivi
che in Poesie) lavora da pivot insostituibile, e al tempo stesso si pone
come diagramma regolatore di un magma interno che fa crudeltà a
sé stesso fingendosi acquietamenti e pause che all'antica virulenta
vitalità sostituiscono puri movimenti di teatro, fantasticherie
sceniche; insomma - ancora una volta - simulacri e nulla di più.
(Mario Lunetta)
Natale in U.R.S.S. Buchara, un elmo azzurro nella
neve.
Scrigni d'aria, volati nel deserto.
Nella tchaikana i letti sono tavoli,
li apparecchia Epifania, la nonnina,
angelo eunuco degli uzbeki, che alitando
aria nel collo nell'ascensore lento ora protendono
nasi, colli, pastrani in lingua d'astrakan,
ferocia di discorsi inattingibili.
Neppure le cicogne si ricordano
di ritornarci: dorme un sonno turgido
sulle altane, la neve fiocca e fiocca
la pagnotta inchiodata è la mia bussola,
che tutto vive. Le chiesa insonne. Qui non ha
di che spartire il pane a fedeli che non hanno
più patria, specchio, démone, vetrina
svolgono il pomeriggio ordinato
nel sogno di un burocrate lontano
che schiaccia il dito arcigno sulla carta:
dormi, Tamburlano,
nella diaccia verde pozza
fattasi giada, sotto immani coltri
stese da una paziente, insonne neve,
al crocevia barrato della storia.
Qui finisce il deserto, come un vecchio
che ha scordato i suoi soldi, e torna indietro.
Empire of Light
Se di stupirsi a 'quattro e venti'
l'animo ancora impetra
vedendo il sovrapporsi delle frecce
e affondare il pomeriggio
nel rotolante buio del laghetto
si accende una fontana
di pioggia d'oro dalla grande pianta:
dai bastioni discendi, verso nuove
nicchie di luce
dove la ricreazione ti conduce
verso l'ora perfetta, a Empire of Light.
Madame Suzanne
Fuori la vita andava più presto
del lilòn lilàn che era imposto
alle dita sclerotiche, alla macchina
da cucire, che portava odore di rocchetti
spessi, e scatole di latta stracolme di bottoni.
O il giorno feriva. Ma la sera era quieta
l'occhio del saliscendi si abbassava
fin quasi alle ginocchia ed era tutto
a fiori, il vestito, la pezza - Bambina, corri!
Vieni! Vieni a provare
la gonna che ti fa Madame Suzanne!
Vieni nel tempo
che ti è cucito, verdolino, addosso,
a te ritrosa, recalcitrante,
in possesso di un nume accapricciante
serrata tra le pieghe di seta di
adolescente condotta verso il nulla.
Erano due teste candide arrabbiate
una con l'altra - La nonna volta
al caminetto immaginario,
la cucitrice ospite a uno specchio
che io reggevo per me stessa, infame
piccola sdrucciola mai composta
nei capelli. E a Madame
s'infioravano il naso, le guance:
e gli occhi s'affondavano nel sonno
apatico di chi non si conosce, non può
ritrovare famiglia. Era del Belgio.
Ad memoriam
O inganno, o morte
anticipa il destino
il celtico signore con la fiaccola
per astrusi epigrammi non voluti
an athàr, an athàr troeg ma rath
la lunula di luce dal solaio
filtra, l'età romita si rannicchia
e si affollano angeli nel petto -
Fu venduta la casa: spappolate
le viti, deportata
la dolce silenziosa affittuina.
Sempre e sempre! Non qui! Morire altrove!
Ma lei disse
‘a casa' e veramente
non poteva piu dirlo, perciò scrisse
su un foglio ‘voglio a casa' che vedendo
poi rigirò e infine
con un sospiro: ‘a casa'
(che cancellò): ‘no, qui'.
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