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Tratto dalla rivista
"Poesia"
Le città dei poeti / Milano - Marta Fabiani
In casa c'era una radio-mobiletto Grundig: portava scritte le città
corrispondenti alle bande di frequenza. C'era anche Mailand, e quel nome
mi affascinava. Pensai che il sentimentalismo germanico si fosse messo
a parlare inglese e chiamasse Milano così, 'la mia terra'. Ah,
lo Schmulz! Ma l'etimologia di Milano era, si sa, più latina, fredda
e geografica, e allora mi volgevo di nuovo all'inglese: Midland. C'era
un forte potere suggestivo nel topos di una pianura, landa, pagina bianca
urbanizzata. Ancora non conoscevo Kurt Vonnegut, che nel '73 avrebbe messo
Midland City, Ohio, come polo di riferimento negativo di un'umanità
perduta e perdente… "The asshole of the Universe". Non
che Milano mi paresse una terra di delizie: ma nemmeno ero, come oggi,
convinta che fosse una Shangri-La in negativo. Mi sembrava, allora, che
qui fossero possibili molte cose. E allora era ancora possibile, per esempio,
che mio nonno e mia nonna, consumando la loro sigaretta serale sul balcone,
discutessero in toni abbastanza accesi (e facendo piombare me in una quasi
ontologica incertezza) se la nostra via Caccialepori (nome, del resto,
di etimologia oscura) fosse da considerarsi ubicata in pieno centro cittadino
(secondo mio nonno) o in periferia (la tesi di mia nonna).
C'erano, a dir la verità, segnali piuttosto contraddittori. Oltre
lo spartiacque di piazzale Brescia (e l'acqua scorreva, sotto le poco
nobili sembianze del fetido fiume Olona, color cappuccino carico) la città
prendeva vita, correva verso la sua convergenza: ma dalla nostra parte
l'anelito centripeto non si sentiva ancora, c'erano prati incolti lungo
la via Osoppo e dal balcone si vedeva pure una bicocca arcaica, appannaggio
di un'eliottiana donnina sempre china e infagottata. Si diceva che la
curiosa abitazione e la sua proprietaria fossero state risparmiate dal
boom edilizio grazie alla credenza popolare che di lì fosse passato
qualche personaggio storico (per alcuni addirittura Napoleone; si rideva
di questo ma la bicocca resisteva; a onor di cronaca allo stesso posto
sorge ora un omonimo residence).
Dovendo parlare di questa città dove vivo insofferentemente e
ogni volta ritorno, mi rendo improvvisamente conto di averla messa a protagonista
di un cospicuo numero di poesie delle mie ultime: fatto di cui non mi
ero accorta, sulle prime, e che un tantino mi imbarazza. Sì, perché
ultimamente non faccio nulla per nascondere la mia montante avversione
per questa città sempre più esosa e inquinata e sempre così
'malmostosa' e indifferente al bello, che pure produce, anche se solo
formato esportazione.
Sì, per essere una Midland City tossica è troppo cara,
avida di ciò che prende senza dare abbastanza in cambio: mi pare
che lo confermi, persino, una smorfia di sarcasmo che credo cogliere in
qualche viso mediorientale, o filippino…e che si riflette in musi
troppo ingrugniti, diffidenti o distratti per far scoccare una piccola
scintilla d'ironia, un barlume di redenzione. Oh come ha ragione, a Milano,
Ionesco, quando dice che "Nous sommes tous malades…les hommes,
les animaux, les plantes …c'est un état per-ma-nent".
In compenso, uscire, se pur per una breve encursione limitrofa, da Milano,
è sperimentare con un piacere quasi euforico il gusto ritrovato
della sanità psico-fisica. Ma riguardo alla scelta tranchante di
andarsene, abbandonare, come il protagonista dello Zoo di Vetro…
mi chiedo spesso, in questo caso, quali sarebbero le conseguenze solo
affettive. Sarebbe, forse, consegnarsi alla mercé dei ricordi strazianti
e inattendibili come solo ogni elaborazione fantastica di un lutto sa
costruire, nel disperato tentativo di ricucire ciò che fu già
slabbrato nell'esperienza originaria. Ci sono altre città. Ci sono
le belle città, anche quelle meno note e celebrate. Ci sono, perlomeno,
le città non brutte, le città piacevoli. Milano non è
più tra queste. Ed è questo, probabilmente, che stabilisce
una liason così profonda. Non potendo amare Milano per la bellezza
che non ha, non ne amo neppure i risvolti considerati più accattivanti,
certi pregiati interni altoborghesi, certi chiostri restaurati a cortili
di palazzi. L'amore che provo, quando sono lontana, è per cupi
edifici neo-medievali non ancora riscattati, per sgangherati 'giardinetti'
e case popolari e cantieri dall'aria protoindustriale stagliati contro
crepuscoli, quelli sì, magnifici. Così mi rincantuccio,
appagata, nel sottoscala del cuore dove non v'è consorteria, fede
o circolo che mi riscatti dalla piccola reiterata vergogna. |