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Dalla rivista"Poesia" n° 61 - Aprile 1993

Marta Fabiani, copertina del libro Maratona.

Tratto dalla rivista "Poesia"

Le città dei poeti / Milano - Marta Fabiani

In casa c'era una radio-mobiletto Grundig: portava scritte le città corrispondenti alle bande di frequenza. C'era anche Mailand, e quel nome mi affascinava. Pensai che il sentimentalismo germanico si fosse messo a parlare inglese e chiamasse Milano così, 'la mia terra'. Ah, lo Schmulz! Ma l'etimologia di Milano era, si sa, più latina, fredda e geografica, e allora mi volgevo di nuovo all'inglese: Midland. C'era un forte potere suggestivo nel topos di una pianura, landa, pagina bianca urbanizzata. Ancora non conoscevo Kurt Vonnegut, che nel '73 avrebbe messo Midland City, Ohio, come polo di riferimento negativo di un'umanità perduta e perdente… "The asshole of the Universe". Non che Milano mi paresse una terra di delizie: ma nemmeno ero, come oggi, convinta che fosse una Shangri-La in negativo. Mi sembrava, allora, che qui fossero possibili molte cose. E allora era ancora possibile, per esempio, che mio nonno e mia nonna, consumando la loro sigaretta serale sul balcone, discutessero in toni abbastanza accesi (e facendo piombare me in una quasi ontologica incertezza) se la nostra via Caccialepori (nome, del resto, di etimologia oscura) fosse da considerarsi ubicata in pieno centro cittadino (secondo mio nonno) o in periferia (la tesi di mia nonna).

C'erano, a dir la verità, segnali piuttosto contraddittori. Oltre lo spartiacque di piazzale Brescia (e l'acqua scorreva, sotto le poco nobili sembianze del fetido fiume Olona, color cappuccino carico) la città prendeva vita, correva verso la sua convergenza: ma dalla nostra parte l'anelito centripeto non si sentiva ancora, c'erano prati incolti lungo la via Osoppo e dal balcone si vedeva pure una bicocca arcaica, appannaggio di un'eliottiana donnina sempre china e infagottata. Si diceva che la curiosa abitazione e la sua proprietaria fossero state risparmiate dal boom edilizio grazie alla credenza popolare che di lì fosse passato qualche personaggio storico (per alcuni addirittura Napoleone; si rideva di questo ma la bicocca resisteva; a onor di cronaca allo stesso posto sorge ora un omonimo residence).

Dovendo parlare di questa città dove vivo insofferentemente e ogni volta ritorno, mi rendo improvvisamente conto di averla messa a protagonista di un cospicuo numero di poesie delle mie ultime: fatto di cui non mi ero accorta, sulle prime, e che un tantino mi imbarazza. Sì, perché ultimamente non faccio nulla per nascondere la mia montante avversione per questa città sempre più esosa e inquinata e sempre così 'malmostosa' e indifferente al bello, che pure produce, anche se solo formato esportazione.

Sì, per essere una Midland City tossica è troppo cara, avida di ciò che prende senza dare abbastanza in cambio: mi pare che lo confermi, persino, una smorfia di sarcasmo che credo cogliere in qualche viso mediorientale, o filippino…e che si riflette in musi troppo ingrugniti, diffidenti o distratti per far scoccare una piccola scintilla d'ironia, un barlume di redenzione. Oh come ha ragione, a Milano, Ionesco, quando dice che "Nous sommes tous malades…les hommes, les animaux, les plantes …c'est un état per-ma-nent". In compenso, uscire, se pur per una breve encursione limitrofa, da Milano, è sperimentare con un piacere quasi euforico il gusto ritrovato della sanità psico-fisica. Ma riguardo alla scelta tranchante di andarsene, abbandonare, come il protagonista dello Zoo di Vetro… mi chiedo spesso, in questo caso, quali sarebbero le conseguenze solo affettive. Sarebbe, forse, consegnarsi alla mercé dei ricordi strazianti e inattendibili come solo ogni elaborazione fantastica di un lutto sa costruire, nel disperato tentativo di ricucire ciò che fu già slabbrato nell'esperienza originaria. Ci sono altre città. Ci sono le belle città, anche quelle meno note e celebrate. Ci sono, perlomeno, le città non brutte, le città piacevoli. Milano non è più tra queste. Ed è questo, probabilmente, che stabilisce una liason così profonda. Non potendo amare Milano per la bellezza che non ha, non ne amo neppure i risvolti considerati più accattivanti, certi pregiati interni altoborghesi, certi chiostri restaurati a cortili di palazzi. L'amore che provo, quando sono lontana, è per cupi edifici neo-medievali non ancora riscattati, per sgangherati 'giardinetti' e case popolari e cantieri dall'aria protoindustriale stagliati contro crepuscoli, quelli sì, magnifici. Così mi rincantuccio, appagata, nel sottoscala del cuore dove non v'è consorteria, fede o circolo che mi riscatti dalla piccola reiterata vergogna.