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Poesie
Edizione S. Marco dei Giustiniani, 1985

Marta Fabiani, copertina del libro Poesie.

Otto anni fa Marta Fabiani aveva stupito molti per l'energia aggressiva, debordante, del suo primo libro, Maratona. Ricordo che ero stato attratto dalla sua fluvialità vocazionalmente indiscreta, dal carico di cose che portava con sè, quasi con l'ansia di non dimenticarne alcune nella mente. D'altra parte il libro sembrava rifiutarsi, sdegnosamente, o con insofferenza, a un controllo formale, accanito, rigoroso e così il troppo detto, o il carattere un pò disordinato della versificazione mi inducevano a qualche dubbio. Brava, mi dicevo, vitale; ma, sulla pagina, un pò prepotentella...
I tempi sono cambiati, e molto; nella mente e nell'anima della Fabiani, immagino; ma anche nell'aria che abbiamo attorno. Sta di fatto che il suo nuovo libro è nettamente diverso dal primo, anche se lei è sempre lei; ed è, soprattutto, più compiuto, più sottile, più intrigante; più maturo e infine più bello.
Ma appunto, non è da credere in un drastico cambiamento. Già il tempo che è intercorso tra i due libri è ampia garanzia di non improvvisazione. E poi, se si rileggono le ultime poesie di Maratona, quelle che si intitolano "La bella addormentata", "Cenerentola", "Il nano Tremontino", "Hansel e Gretel", e "Biancaneve", ci si accorge, al contrario, della continuità. Infatti è proprio alla fiaba che in molte sue nuove poesie la Fabiani sembra richiamarsi: nel tono, nel modo di raccontare, nella presenza di certi personaggi (oltre ai bambini, ai maestri, alla scuola e al collegio, ecco il "lupo" che "diventava una servetta", il porcospino, la "pulce del ghiacciaio", lo spaventapasseri, l'orso bianco "una schiera di grilli zampettanti", il topo e il pipistrello, la cornacchia "azzurra e nera", l'uomo nero...). C'è come un volontario regredire a un clima infantile di ambigua vacanza sotto un ammorbato-ammorbidito (semi-onirico) cielo basso protettivo.
Su un altro piano, quello della versificazione, della metrica, si evidenzia da subito una predilezione di Marta Fabiani per l'endecasillabo (oggi recuperato molto spesso, e più spesso forse da alcuni dei migliori giovani poeti), che diviene un preciso punto di riferimento, un robusto punto d'ordine interno, una garanzia di misura, la complicità di una regola che si può trasgredire senza cadere nel vuoto. E' come se l'autrice di queste Poesie si procurasse l'ipotesi di un reticolo sonoro ideale entro cui muoversi delicatamente, con grazie e sobrietà, molto lontana, dunque, dal più estroverso e spericolato andare degli anni d'esordio. Accenna a volte come una nenia, si sofferma in una sorta di torpore, addolcisce la pronuncia, si finge damigella di una fiaba che sottende inquietudine ma la blandisce o temporaneamente la rimuove. Si muove in un giardino periferico, tra incanto e malinconia sottile, dove si respira una mancanza, un senso latitante d'orfanezza in un mondo orfano.
Ma talvola la sua andatura si fa meno astutamente oziosa, abbandona con risolutezza la malia del suo fiorito recinto. In questi casi, non frequentissimi ma decisivi, la Fabiani tocca il cuore, il vero centro tematico del suo discorso, vede "i buoni morti dalle facce vuote", fa balenare sotto la superficie sempre tenera dei suoi versi qualche improvvisa luce drammatica. Si vedano per esempio, poesie come "Sognai", o "Orfano" (con quel finale pieno di miele-veleno, nella verità del suo umano squallore: "Uno ha smpre uno zio, da qualche parte / vecchio, un pò triste e con le ali stanche / che si rallegra se lo vai a trovare"), o come "Se mio padre venisse adesso", e "Di essere tanto cresciuti ci stupiamo".
Il procedere, insomma, è complesso e la parola dell'autrice gratta un po' sorniona una grafile pellicola scoprendo a tratti vuoti vertiginosi, luoghi di risucchio che tenta con pazienza e sapienti artifici da evitare. Addormentare l'angoscia è anche possibile, ma prima o poi, inaspettata, magari dal fondo di una canzoncina, risbuca minacciosa. Il libro risulta quindi sempre accattivante come una voce ambiguamente amica, e sa qua e là, senza parere, senza forzatura alcuna, chiamare in causa il lettore nel suo intimo, scuoterlo, insomma.
Francamente non so, a questo punto, quali siano i più recenti raggruppamenti generazionali. I "nuovi" poeti degli anni '70 non sono più nè troppo nuovi (come nomi) nè troppo giovani... Quelli venuti dopo, i circa trentenni, non sono poi moltissimi; o quanto meno non mi sembrano numerose le voci originali, riconoscibili, pienamente autonome. Chi segue le vicende della poesia contemporanea ha già imparato i nomi di Valerio Magrelli, di Patrizia Valduga. Ce ne sono altri, non c'è dubbio; sono forse i nuovi poeti degli anni '80. E tra questi, anche se ha esordito nell'ormai remoto '77, propongo convinto il nome di Marta Fabiani. La qualità di questo suo secondo libro, infatti, mi mette al riparo da possibili rischi...
Maurizio Cucchi

***
Era intrisa di pace quella stanza
si poteva toccarla con la mano
volavano le guglie e le colonne
e tutto ciò che è soffice restava
come un pilastro
mi accorsi
che l'incanto veniva dalle mani
chiuse e sorelle
sentii lo spazio
stridere leggermente intorno, come neve
mentre tornavo laggiù dal responsabile
con me di quel miracolo -
e insieme, muovendo la minuta
resistenza all'aria, che ci voleva segregare
- le scarpe in mano, i piedi in goffo volo -
per paura ci fermammo a mezzo

finché un filo ci torse, strattonandoci
in un giro di trottola, scalcianti
e infine
ad equilibrio ritrovato entrambi
fummo catapultati nella stanza.

***

Ho visto il venditore di cravatte
fare un discorso agli angeli, soltanto
per distrarli, e rimandare il tempo del trasloco -
a volte basta poco -
che sia questione angelica o del male
questo conta - l'affare -
mentre ti spazzolavi m'impedivi di pensare
la spazzola andava su e giù come l'arcolaio
i piedi ticchettavano al pedale
inesistente - in strada un capannello,
gente che vociava: un ragazzo per bene, timorato,
aveva fatto spago del bucato
per scappare!
Spiegava, l'indice puntato,
prima piano, poi roso dalla fretta
la questione di tempo subissante
- un lampo da afferrare in quell'istante -
ma una comare
dall'altra parte lo voleva guardare
per torcergli i capelli con lo sguardo:
male avrebbe fatto!
Lentamente
il suo braccio si accasciava
al nudo abbraccio della gente -
Ma io sentivo le fanfare
con i suoni di guerra sparire
dietro l'angolo!
E mentre ti guardavo pettinare
Io vidi il fulmine
l'ultimo fulmine
con la coda dell'occhio
scoccare!

***

Mi nacque una sorella, quel giorno
ma non poté frugar le mie stoviglie
né appannarmi la tazza, né dividere
gli abbracci della madre sulla culla -

In corsa la sentivo tintinnare
con le monete sparse nelle tasche
e nei giochi dividersi le vincite
fino alla solitudine del letto -

Io le mostravo l'ora dello spettro
simulando barriere di saggina
ma lei non esitava a far carriole
di libri usati, e avanzi di cantina -

Passammo per le case dell'età
e ci fermammo a una bicocca, accesa:
un lumino perenne vi guazzava
si era giunte al niente che raddoppia -

Io presi posto sul soppalco vuoto
e feci l'altalena; lei guardava
e non per farsi coraggio rintuzzava
le muffe con il panno del suo abito -

Intingere le scarpe nella pece
mi sarebbe piaciuto, un'altra volta,
le scommesse ripetere a ogni stanza
e ordire la rivolta nel collegio -

La vidi invece scendere le scale
di un refettorio austero, dove ogni zuffa
pareva sopirsi nella luce
che indicava a ciascuno la pagnotta -

Un maestro ci vide, e ci compianse
seguitando a drizzare con le braccia
il corso del suo gregge nel cortile,
morbidi canti andavano a snodarsi
a spasso, verso un temporale -

L'ora reclama a sé le sue rugiade
a chi vuole addensarle sono nubi
il profugo vagheggia un temporale
che sieda tutti quanti alfine a tavola
ma inutilmente -

Una fumata lenta fu la strenna
che dissipò nell'aria la sua coda,
la fanciulla alla moda che sciupò
stoffa, per eseguire un nodo più conforme
ai lineamenti, ricevette
l'ultima visita del merciaio: pagato il conto
restò padrona nella casa vuota.