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Tratto da "Corriere della sera - Sette"

Una poesia

Giancarlo Majorino presenta una lirica di Marta Fabiani, poetessa che è passata anche attraverso l'esperienza del teatro e della danza. Marta Fabiani, che vive a Milano ed è laureata in psicologia, ha pubblicato due raccolte di poesie, ma si dedica anche alla scrittura di drammi radiofonici e alle traduzioni letterarie. Questa poesia, autobiografica, si apre con un'immagine in movimento: Marta che pattina in solitudine…

Certi poeti parlano partendo da sé, altri ritirandosi nell'anonimato o all'esterno. Marta Fabiani sembra ritenere artificiali o poco redditizi quei modi, preferendo porre l'io di fronte, cioè interpellandosi: "Pattina, Marta: non rimane altro…". Il tono della poesia, così partecipe e distaccato insieme, conduce al proprio interno confidenzialmente, come si stesse chiacchierando. La naturalezza dei versi, delle immagini, dell'argomentazione, è favorita pure dal tipo di linguaggio usato, un linguaggio non letterario ma comune, di colloquio intensificato. La bellezza, lieve e profonda nello stesso tempo, della composizione si vale di un ritmo in atto: è come se il ritmo specifico della poesia uscisse, scultura dal blocco materico, da un ritmo più ampio (della vita? Dell'intera realtà?), da un'armonia segreta e preesistente e che continuerà oltre l'ultimo verso. Posizione, tono, uso linguistico, ritmo… un andamento omogeneo, scelte originate pure, per l'autrice, da esperienze rilevanti di traduzione e teatro. Generanti, rispettivamente, distanza dall'eccessiva letterarietà della nostra lingua e qualità pregnanti di rappresentazione.
Siamo ora attrezzati per indagare ulteriori, e non meno essenziali, requisiti del testo. Dove, con evidenza impressionante di senso, emerge una scena cupa, drammatica, patita, di solitudine - ribadita anche dal titolo Ghiaccio Nove, ripreso da un romanzo di Kurt Vonnegut, narratore violento, apocalittico, solo apparentemente commerciale.
Pur con qualche striatura ironica ed autoironica, e curvature dolci, femminili, è il deserto dello sradicamento, dell'abbandono, con le code amare dell'oblio e della rimozione necessaria, che l'eloquenza trattenuta dei versi offre alla lettura emozionata, allo specchio meditativo. L'immutabilità del pozzo caratteriale, le non ancora visibili mosse del destino, l'inadeguato soccorso degli affetti familiari, qui richiamati, sembrano duramente confermare l'aridità e la permanenza di quel deserto.
La chiusura che ritorna, leggermente mutata quanto a posizione, quindi anzitutto musicalmente, riconduce, con un'eleganza che è il timbro personale di Marta Fabiani, a combinazioni di saggezza e fatalità, di sofferenza e sopportazione. Un facsimile di movimenti, vitali nonostante tutto, che lasciano l'individuo per mescolarsi agli altri, incrociare ogni lettore.

Ghiaccio Nove

Pattina, Marta: non rimane altro.
Andato: perso, vuoto, arrugginito
e davvero obsoleto: non ne fai
neanche materia per un sogno rotto.
Aspettare ma quanto, nell'oblio,
nel vuoto che non sente, nel coma
dove voce materna non discende.
Il pozzo è chiuso buio incatenato.
E non v'è uscita, solo sgretolare
lo può il destino con un'altra carta:
che tu non vedi: pattina, Marta,
non rimane altro.